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Biomarcatori legati ad attività e progressione della vitiligine

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Secondo uno studio condotto in Belgio, i livelli sierici di CD25 solubile e CD27 solubile sono associati al livello di attività della vitiligine e il secondo biomarcatore, in particolare, potrebbe indicare la progressione della malattia.

"La vitiligine è un disturbo cutaneo relativamente diffuso, che interessa l'1-2% della popolazione. La gestione clinica della vitiligine è problematica proprio a causa dell'assenza di segnali di attività", ha spiegato il Dr. Reinhart Speeckaert della Ghent University. "Nella vitiligine non sono presenti eritemi o lesioni, a differenza di molte malattie cutanee a carattere infiammatorio come la psoriasi, perciò è molto importante trovare biomarcatori affidabili che permettano di valutare il grado di attività della malattia e di scegliere il trattamento più appropriato".

Il Dr. Speeckaert e colleghi hanno misurato i livelli ematici di CD25 solubile, CD27 solubile e CD40L solubile in 93 pazienti con vitiligine. I pazienti sono stati invitati a riferire il livello di attività, i segnali di stabilizzazione o di ripigmentazione da loro osservati nel corso dei 3,6 o 12 mesi precedenti.

Nello studio, pubblicato il 24 agosto nell'edizione online di JAMA Dermatology, livelli più alti di CD27 solubile e CD25 solubile sono risultati essere significativamente associati all'attività della malattia nell'anno precedente. 

Per quanto riguarda CD27, i livelli medi durante le fasi di attività della malattia hanno raggiunto i 21,5 ng/mL, rispetto ai consueti 18,4 ng/mL, mentre i livelli di CD5 sono passati da 2,2 ng/mL a 2,6 ng/mL. 
Inoltre i livelli di CD27 solubile sono stati associati ad una progressione della malattia nell'arco di 3-6 mesi (21,7 vs 16,6 ng/mL), ma la stessa associazione non è stata rilevata rispetto ai livelli di CD25 (2,8 vs 2,3 ng/mL).

Successive analisi in vitro hanno mostrato una correlazione tra livelli di CD25 solubile e una maggiore produzione di interferone gamma, interleuchina 10 e CD27 solubile. Non sono state rilevate associazioni relativi ai livelli di CD40L.

Il Dr. Speeckaert ha commentato: "Anche se i biomarcatori CD solubili sono da tempo riconosciuti come agenti nelle malattie infiammatorie cutanee, il loro ruolo è stato individuato e descritto solo da poco. Questi biomarcatori non sono semplici spettatori del processo infiammatorio, essi esercitano un'influenza sulle attività immunologiche che vanno a comporre il quadro clinico delle malattie autoimmuni come la vitiligine".

"I nostri risultati puntano anche ad una correlazione con la produzione di interferone gamma", ha proseguito. "Studi recenti hanno evidenziato come il pathway relativo all'interferone gamma sia un elemento chiave nella patogenesi della vitiligine e le analisi dell'espressione genica hanno evidenziato l'espressione dell'interferone gamma e dei geni associati nella pelle dei soggetti affetti da vitiligine".

"I modelli predittivi dimostrano che i CD solubili sono biomarcatori promettenti, che potrebbero permetterci di prevedere la progressione della malattia; fra i pazienti con vitiligine attiva, la metà circa può essere rilevata ricorrendo ad un solo biomarcatore. Questo metodo ha un tasso di falsi positivi del 12%, ossia del tutto accettabile".

"Studi futuri con prelievi di sangue sequenziali mostreranno con tutta probabilità risultati ancora migliori poiché potranno valutare le differenze individuali nella produzione di CD27 e CD25 al basale".

 

Riferimenti:

JAMA Dermatology, edizione online del 24 agosto 2016; doi:10.1001/jamadermatol.2016.2366