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La terapia fotodinamica a luce solare è la migliore per il trattamento della cheratosi attinica disseminata

actinic keratosis

Per il trattamento delle lesioni da cheratosi attinica disseminate o distribuite su ampie superficie, la luce solare è migliore della luce artificiale per l'attivazione della terapia fotodinamica (PDT), queste le conclusioni raggiunte durante il simposio estivo della American Academy of Dermatology.

La dimostrazione che la luce naturale è almeno altrettanto efficace rispetto alla luce artificiale per le cheratosi di grado 1 e 2 regala "una nuova e incoraggiante opportunità" ai pazienti affetti da cheratosi attinica disseminata, secondo la Dr.ssa Emily J. Fisher, direttrice del reparto di Chirurgia del Mercy Health Physicians, di Cincinnati nell'Ohio. Questo approccio non rappresenta solo un metodo di trattamento più efficiente per aree di grandi dimensioni, ma è anche un'opzione terapeutica meglio tollerata dai pazienti, il che facilita ulteriormente il trattamento di superfici più grandi.

Inoltre, per i medici non attualmente dotati di luce artificiale blu o rosso, l'attivazione basata sulla luce naturale "è un ottimo modo per incorporare la PDT nella pratica ambulatoriale", ha aggiunto la Dr.ssa Fisher. Le sue conclusioni indicano che la terapia PDT, che molti studi hanno associato a livelli di clearance superiori al 70% dopo un singolo trattamento, è efficace tanto quanto i trattamenti topici che vengono impiegati più spesso, come 5-fluorouracile (5-FU) o imiquimod.

"Quando l'efficacia viene confrontata in termini di studi clinici la PDT sembra avere una risposta superiore rispetto ai trattamenti topici", ma il dottor Fisher avverte anche che non ci sono studi comparativi di alta qualità e quindi non c'è alcuna prova definitiva della superiorità di un metodo rispetto all'altro.

Tuttavia "nei pazienti con cheratosi attinica disseminata su aree estese o nel caso di lesioni multiple in siti diversi,la PDT è un approccio pratico e ampiamente utilizzato sia in Europa che diverse altre parti del mondo", ha commentato la Dr.ssa Fisher. La Dr.ssa ha anche riferito che cinque studi randomizzati hanno dimostrato l'efficacia della D-PDT (Daylight Photo Dynamic Therapy), ossia di una variante della convenzionale terapia fotodinamica, sempre in associazione al metil-aminolevulinato, che impiega i raggi solari come parte del trattamento.

Secondo la Dr.ssa Fisher, D-PDT e PDT convenzionale sono simili sotto molti aspetti. La pelle viene prima preparata rimuovendo le croste per migliorare la penetrazione dell'agente fotodinamico, sia esso l'acido aminolevulinico (ALA) o aminolevulinato metile (MAL). Il tempo di occlusione con l'agente fotodinamico prima dell'esposizione alla luce, è sempre di 3 ore. Inoltre, in entrambi i casi l'esposizione dovrebbe iniziare entro 30 minuti, un fattore da considerare per coloro che si affidano alla luce solare naturale.

"I pazienti dovrebbero assolutamente evitare di andare all'interno o di stare in ombra per più di 5 minuti alla volta", ha riferito la Dr.ssa Fisher. Questo perché l'attività delle sostanze intracellulari foto-sensibilizzanti può accumularsi in assenza di esposizione alla luce, producendo dolore e di conseguenza riducendo la tollerabilità del trattamento.

Secondo la Dr.ssa Fisher, le linee guida raccomandano una intensità luminosa superiore ai 130 W / m2, una dose in linea con l'esposizione alla luce naturale all'interno degli Stati Uniti continentali, ma non in punti distanti dall'equatore come l'Alaska. Le raccomandazioni precisano inoltre che l'esposizione al sole deve avvenire a una temperatura minima di 10° C, poiché l'attività è diminuita a temperature più basse.

"Dopo 2 ore di esposizione, i pazienti devono lavare via l'agente fotodinamico ed evitare una ulteriore esposizione per circa 48 ore", ha proseguito la Dr.ssa Fisher, consigliando l'uso di filtri solari chimici sulle zone non trattate.

"Penso che nel corso dei prossimi anni, questo tipo di fototerapia acquisirà un rilievo sempre maggiore nella pratica dermatologica È più gestibile e molto meglio tollerata", ha concluso. Ci sono inoltre molte possibili modifiche che hanno il potenziale per migliorare l'efficacia della D-PDT, come ad esempio l'uso di retinoidi prima della terapia o l'impiego di 5-FU a seguito della terapia; entrambe le strategie hanno mostrato risultati promettenti in piccoli studi e potrebbero rivelarsi utili a seguito di ulteriori indagini cliniche.

 

Riferimenti:

Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology, giugno 2012 26[6]:673-9; doi: 10.1111/j.1468-3083.2011.04386